Tornare grandi

Per tornare grandi è necessario ritrovare una dimensione europea di primo livello. Quando di parla di vocazione europea scritta nel nostro dna non lo si fa tanto per dire, i grandi trionfi internazionali del "regno" Berlusconi hanno rinvigorito e rinnovato una tradizione preesistente al suo "avvento", i confini nazionali ci stanno stretti, ma questa particolarità non porta a snobbare o sottovalutare un trionfo in campionato e, per quanto mi riguarda, neanche la svalutata coppetta nazionale.

Che Società e tifosi tengano in modo particolare a vincere questo Scudetto è fuor di dubbio, un pò perchè sono troppi anni che non ne conquistiamo uno, un pò perchè ci teniamo ad interrompere il filotto cartonato e plastificato dell'Ambrogina Inter (ex Ambrosiana), ma soprattutto perchè, pur tenendo conto del basso livello raggiunto dal Calcio italiano, lo scudetto è il primo passo per ritrovare quella dimensione europea cui accennavo prima.

Crescere per gradi conferisce solidità, sicurezza, autostima. Il Milan di Rocco di fine anni 60 diventò campione del mondo nel 1970 iniziando il suo percorso con la Coppa Italia vinta nel 1967, crebbe in Italia e in Europa nel 1968 con le vittorie in Coppa delle Coppe e in campionato per poi conquistare il trofeo più ambìto, la Coppa dei Campioni nel 1969. Un ciclo nasce da un gruppo solido e coeso, dotato di qualità tecniche e umane, guidato da un uomo capace di esaltare le doti del gruppo, di motivarlo, di tenerlo unito e di indirizzare le sue energie psicofisiche verso l'obiettivo comune.

In questi ultimi 25 anni di trionfi non sono mancati i momenti difficili, basti pensare al periodo che va dall'addio di Capello alla prima stagione completa di Ancelotti: Tabarez, Sacchi bis, Capello bis, Zaccheroni, Terim. Il ridimensionamento nazionale e internazionale di quel Milan ha radici in parte comuni con questo. Un certo disimpegno economico da parte della proprietà (anche se le motivazioni erano piuttosto diverse) che ha prodotto un impoverimento tecnico della squadra, ma anche una scarsa programmazione e qualche scommessa non andata a buon fine.

Calciopoli ha certamente avuto un ruolo di rilievo nella riduzione di competitività del Milan in questo ultimo periodo, ma le strategie societarie post Atene 2007 hanno avuto quantomeno lo stesso peso. Quando si ha la fortuna e la bravura di costruire un gruppo vincente, la strategia operativa da mettere in atto per conservare la competitività del gruppo consiste nell'inserire giocatori di alto livello (possibilmente giovani ... ne bastano uno o due all'anno) in un nucleo storico collaudato, con il compito di sostituire chi ha ormai dato quasi tutto. Può apparire cinico un simile discorso, ma non lo è. Chi ha imboccato il viale del tramonto può ancora essere utile alla causa se sottoposto a contratti brevi e non troppo onerosi e se ha l'umiltà di mettersi a disposizione dell'allenatore senza porre condizioni, altrimenti diventa un impedimento ad una evoluzione positiva del gruppo sottraendo risorse finanziarie alla Società ed opportunità di crescita ai giovani.

Le ultime tre edizioni di Champions League alle quali abbiamo partecipato dicono impietosamente che non facciamo più parte del gotha europeo, tre eliminazioni agli ottavi, 24 partite complessive con un esito di perfetta parità tra vittorie, pareggi e sconfitte (8), e di reti fatte e prese (29). Ma al di la dei numeri, sono i confronti sul campo a sancire questa condizione. Se incontriamo squadre di primo livello come Manchester e Real Madrid la differenza è di tutta evidenza, ma fanno altrettanto male i balbettamenti con i vari Celtic, Wolfsburg, Werder, Zurigo, Ajax, Tottenham. Se tutto andrà come speriamo che vada (ed il pari dei cugini a Brescia infonde ulteriore ottimismo) sarà importante non ripetere l'errore commesso quattro anni fa, quando un'eccessiva gratitudine nei confronti dei protagonisti della vittoria di Atene bloccò il necessario rinnovamento e contribuì all'inesorabile ridimensionamento della squadra.

 
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