Homeland
"La nazione ha visto un eroe. Lei ha visto una minaccia"

Dopo la conclusione di 24, durato ben otto stagioni, avevo messo il lutto al braccio per la fine delle avventure di Jack Bauer e soci. Nonostante la promessa di un film, non ancora girato e neppure pensato (la trama resta ancora un mistero), avevo definitivamente perso le speranze di vedere una nuova serie televisiva incentrata sul mondo dello spionaggio. Mi sbagliavo, e pure di grosso.
Homeland (prodotto proprio da Howard Gordon, una delle menti dietro il successo di 24), nuova serie televisiva targata Showtime, arriva quando meno te lo aspetti.

Carrie Anderson è un agente della CIA che sospetta che ci sia qualcosa di poco chiaro e minaccioso nelle informazioni che sono servite a salvare un soldato americano tenuto prigioniero per nove anni.
Carrie è convinta che si tratti di una trappola che Al-Qaeda ha messo in atto per poter infiltrarsi negli Stati Uniti.

Homeland entra a mio avviso nei possibili candidati per "serie tv dell’anno".
Certo, il paragone con 24 regge fino ad un certo punto.
Ci sono molte differenze con Jack Bauer e la sua task force anti-terrorismo. Il ritmo ad esempio.
Mentre in 24 ci trovavamo a respirare agitazione e ansia continua, qui il tempo è scandito in modo molto più lento, più pacato, sebbene non manchino punte di tensione altissima, soprattutto nei minuti finali di ogni puntata.
Piu' che sull’azione si basa dannatamente bene sull’indagine e sull’introspezione.
Carrie sta a Obama come Jack Bauer a Bush.

Ciò che accomuna i due anti-eroi del piccolo schermo è la volontà di mettere in atto soluzioni spesso illegali, non ortodosse e moralmente discutibili, quasi a sottolineare la perfetta continuità tra le due presidenze che, al di là di alcune differenze superficiali, presentano sostanziali affinità sul piano della politica estera.
Tanto Carrie quanto Jack sono emotivamente disconnessi e moralmente schizofrenici.
Sono "sovrumani" perché si considerano al di là del bene e del male.

"Homeland" titilla il subconscio degli americani e fa leva sull'angoscia e sull'ansia di una super potenza che non desidera altro che dimenticare l'incubo dell'Iraq e dell'Afghanistan, un'America che ha apparentemente "vinto", ma che allo stesso tempo è perfettamente consapevole che il rischio di nuovi attacchi è sempre presente.
Gli Stati Uniti sono vulnerabili, come tutte le altre nazioni occidentali.
E in un'era di disordini urbani, recessione globale e crisi energetica ed ecologica, la minaccia terroristica contribuisce ad accrescere il paralizzante senso di incertezza.

Le narrazioni televisive alimentano e insieme esorcizzano le nostre paure, consentendoci di vivere, in forma vicaria, il brivido dell'imprevisto, l'apocalisse imminente, la tragedia pre-mediata.
Se è vero che Homeland mette in scena l'ambiguità morale dei vari personaggi, dai doppiogiochisti ai politici senza scrupoli, di tecnocrati alle mogli che tradiscono mariti dati per morti, non va dimenticata la riflessione sulla pervasività della tecnologia all'interno delle nostre vite quotidiane.
Come in 24, uno dei leit-motiv è la sorveglianza, la visione panottica, l'ossessione per il voyeurismo e la scopofilia, il controllo per mezzo di dispositivi che spaziano dalle telecamere a circuito chiuso a Google Earth.

Prepariamoci.
Persone all’apparenza comuni in pubblico, ma che nascondono qualcosa.
Tutti, nessuno escluso.
Homeland con la sua perizia nella narrazione, resta un piccolo gioiellino da godersi appieno
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