Con le "ali" si vola

 

Gli esperti della materia ci hanno insegnato che per costruire una grande squadra è fondamentale avere una ottima “spina dorsale”, e cioè bisogna avere un grande portiere, un grande difensore centrale, un fine centrocampista capace di creare il gioco ed un grande attaccante. E’ altrettanto indubbio, però, che le fortune delle squadre vincenti siano passate (e passino) per i giocatori di fascia, quelli in grado sia di difendere che di attaccare, ingrado di saltare l’uomo e creare la superiorità numerica, di andare sul fondo a servire l’assist per gli attaccanti, in grado di allargare il gioco della squadra per aprire le arroccate difese avversarie, e perché no, di farsi notare anche in fase realizzativa.

Trovare tutte queste doti in un solo giocatore non è semplicissimo, e forse proprio per questo non è facile trovare in giro grandi interpreti di questo ruolo. Non possiamo, quindi, non sentirci dei privilegiati ad aver avuto contemporaneamente nel nostro Milan due giocatori del calibro di Cafu e Serginho. Migliori doti difensive per il primo, maggiore capacità offensiva per il secondo, ma entrambi una grande arma a disposizione degli allenatori. La militanza di Sergio in rossonero è cominciata prima ed è stata più lunga, ma è quando hanno giocato insieme (sotto la guida di Carlo Ancelotti dal 2003 al 2008) che il Milan ha vissuto gli anni migliori di questa prima decade del terzo millennio. Molte le cose che i due hanno in comune: la nazionalità, il mese di nascita (i due si tolgono esattamente un anno), il fatto che entrambi si sono affermati al grande calcio con la maglia del San Paolo, la militanza milanista (ovviamente), ed il fatto che si siano ritirati dall’attività agonistica insieme, nella stessa partita (il 18 maggio 2008 in Milan-Udinese 4-1). Comunque sia, è innegabile che i due abbiano lasciato un segno indelebile (oltre che qualche rimpianto) nella storia del Milan.

Marcos Evangelista de Moraes, detto Cafu (perché paragonato alla velocissima ala brasiliana Cafuringa) è uno dei giocatori più medagliati e vincenti della storia del calcio, ed il suo personalissimo tratto distintivo è stato il sorriso che lo ha accompagnato in tutte le fasi della sua carriera, sia nella gioia della vittoria che nel dolore della sconfitta. Intanto detiene un record incredibile, difficilmente battibile: è l’unico calciatore della storia ad aver disputato tre finali di un Mondiale, e per di più consecutive (1994, 1998 e 2002). Due le vittorie finali, e la grande soddisfazione di essere stato il capitano del Brasile Penta Campione! La militanza con la maglia verdeoro è durata ben 16 anni, di cui 6 con la fascia al braccio.

Il primo incrocio con il Milan avvenne nel 1993, quando con la maglia del San Paolo strappò ai rossoneri di Capello la Coppa Intercontinentale. Con la squadra paulista aveva disputato sei stagioni, contribuendo alle numerose vittorie del suo club (1 campionato, 2 Libertadores ed 1, appunto, Coppa Intercontinentale). Nel 1995 si concesse una breve parentesi in Spagna con la maglia del Real Saragoza, e, tanto per non perdere il vizio, portò a casa la Coppa delle Coppe prima di tornare in Brasile nel Palmeiras. Nel 1997 torna in Europa, ma stavolta decide di mettere radici nel nostro paese. La sua prima squadra diventa la Roma, e nelle sei stagioni capitoline si afferma definitivamente come il terzino destro più forte del mondo (vincerà anche uno scudetto).

Quando nel 2003 quasi tutti lo definiscono ormai un giocatore finito (ha 33 anni), decide di affrontare un’altra grande sfida e va nel Milan di Ancelotti fresco campione d’Europa. La squadra rossonera nella stagione precedente ha alternato in quel ruolo Simic e Costacurta, e decide di dare fiducia al Pendolino brasiliano in scadenza di contratto coi giallorossi, anche se lo scetticismo tra i tifosi è palpabile. Marcos fa ricredere tutti, e darà vita a cinque stagioni di grandissimo livello per corsa, tenuta fisica, capacità difensive (eccezionale nelle diagonali difensive) ed esperienza al servizio della squadra. Nella sua prima stagione milanista (quella dello scudetto) le sue discese, sovrapposizioni, cross ed assist non si contano, e così entra definitivamente nel cuore dell’intero popolo rossonero. Il suo contributo è costante come il suo buon umore, ed anche nelle campagne internazionali manda in gol i suoi compagni (come dimenticare gli assist vincenti a Bruges a Kakà e ad Amsterdam a Shevchenko). In rossonero vincerà tutto (1 scudetto, 1 Champions, 1 Mondiale per Club, 2 Supercoppe Europee, 1 Supercoppa italiana), ma, soprattutto, diffonderà in tutti la convinzione che nonostante l’età sia ancora uno dei migliori terzini di fascia in circolazione, se non il migliore.

A destra Cafu ed a sinistra Sergio Claudio Dos Santos detto Serginho, croce e delizia, come tutti i geni, dei suoi allenatori (e non solo). Non commettiamo un sacrilegio se lo definiamo la migliore ala sinistra che il Milan abbia mai avuto, ma questa sua qualità offensiva cozzava con una scarsa “predisposizione” alla fase difensiva. Sergio peccava più per pigrizia mentale che per caratteristiche, dal momento che rifiutava a priori l’idea di fare il terzino. Solo Cesare Maldini coi suoi modi paterni riuscì a convincerlo che poteva ricoprire con profitto il ruolo di terzino, ma d’istinto lui amava attaccare. E lo faceva talmente bene, che ogni allenatore ne ha sfruttato le sue qualità. Con lo spazio a disposizione era praticamente immarcabile, sia per la velocità che per la capacità di puntare e saltare l’avversario. Il modo con cui il suo sinistro trattava il pallone era delizioso, ma soprattutto ciò che era impressionante era la sua capacità di mandare a rete gli attaccanti che beneficiavano dei suoi cross ed assist. L’attaccante che meglio seppe sfruttarne le doti è stato Pippo Inzaghi, capace di stabilire col Concorde brasiliano un’intesa perfetta.

Di Serginho resterà impressa l’azione del gol segnato da Shevchenko a Genova contro la Samp nel 2003 (azione avviata dal brasiliano dalla difesa e, dopo una serie di scambi tutti di prima, conclusa con un assist al bacio per il centravanti ucraino) e la sua indimenticabile capacità di incidere nei derby contro l’Inter. Per anni Serginho è stato l’incubo dei nerazzurri, letteralmente incapaci di fermarlo se non con dei calcioni plateali. Nel derby storico del maggio 2001 terminato 6-0 per il Milan, fece letteralmente impazzire gli avversari, segnando un gol e fornendo 3 assist vincenti ai compagni: da lì partì una serie di stracittadine decise dalle giocate del brasiliano (nel 2002 il derby lo decise per 1-0 con un suo gol). Non possiamo, inoltre dimenticare, che il Colibrì milanista fu anche il primo dei milanisti che si presentò sul dischetto del rigore (segnandolo) nella serie che a Manchester consegnò al Milan la Champions contro la Juventus. Ha giocato nel Milan per 9 stagioni fino al 2008 (aveva 37 anni), anche negli ultimi due anni il suo impiego è stato limitato da una operazione subita per un ernia al disco. Campione inimitabile Sergio Claudio, unico giocatore di calcio arrivato a grandissimi livelli senza militare nel settore giovanile di nessuna squadra: cominciò a giocare a calcio a 21 anni dopo aver praticato altri sport, soprattutto l’atletica.

Marcos Cafu e Claudio Sergio “Serginho”, due ali che hanno fatto volare il Milan, ma, soprattutto, due campioni che ci hanno fatto divertire con quell’allegria tipica dei giocatori brasiliani.

 
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