IL BOMBER DEI RECORD ARRIVA DAL BELGIO!
La leggenda racconta che oltre a giocare nel Milan fosse impiegato nell’azienda del Presidente rossonero Pirelli, e che ogni pomeriggio, terminato il lavoro, in giacca e cravatta si mettesse a correre dietro il tram che accompagnava a casa i suoi colleghi per recarsi al campo dell’Acquabella per l’allenamento quotidiano.
Era un modo anche quello per “integrare” l’allenamento e la preparazione atletica.
Scene e storie d’altri tempi, di un’epoca lontana e romantica in cui il calcio era una cosa completamente diversa.

Il salto all’indietro nel tempo è notevole, ma è del tutto doveroso per andare a conoscere uno dei calciatori più forti della nostra storia.
Stiamo parlando di Louis Van Hege, attaccante belga del Milan a cavallo della prima Guerra Mondiale, bomber che ancora oggi detiene un record invidiabile, forse imbattibile.
Ancora oggi è il decimo marcatore milanista di tutti i tempi, ma quel che è assolutamente da sottolineare è che il “nostro eroe” detiene la miglior media realizzativa della nostra storia: 98 reti ufficiali segnate in 91 partite, vale a dire una media di 1,1 gol a partita. Incredibile!

Van Hege ha militato nel Milan per 7 stagioni, ma l’inizio del conflitto mondiale e le conseguenti ripercussioni sui tornei nazionali calcistici di tutta Europa, di fatto riduce a cinque le effettive stagioni di militanza rossonera. Con la Grande Guerra il calcio si ferma, ed addirittura Louis Van Hege nel 1916 deve rientrare in Belgio per assolvere agli obblighi del servizio militare.
Disputerà solo 3 partite nelle ultime due stagioni (segnando 1 gol).

Pensate che solo in una di queste cinque stagioni il bomber belga ha segnato meno gol rispetto al numero delle partite disputate, quella 1912/13 (17 reti in 18 gare).
In tutte le altre stagioni gli score sono eccezionali: 19 reti in 16 partite all’esordio, 18 reti in 17 gare nel 1911/12, 21 gol in 17 gare nel 1914 e 22 reti in 20 partite nel 1915.
Certo, stiamo parlando di altri tempi, ma questo non può e non deve ridurre i meriti che fanno di Van Hege uno dei più grandi giocatori che abbiano mai militato nel nostro campionato.

Classe 1889, quando arrivò in Italia (nel 1910) Louis era già un giocatore noto in tutta Europa per i “suoi numeri”.
Addirittura, nel marzo del 1910 il Milan organizzò una amichevole contro la sua squadra (l’Union St. Gilloise) per vederlo all’opera e tentare il colpaccio di mercato (in questo il calcio non è mai cambiato!).
Detto fatto: nonostante Van Hege non sia sceso in campo a causa di un infortunio, il Presidente Pirelli riuscì a convincere i belgi, ed in un colpo solo prelevò Van Hege, Tobias e Pierard.
Non era un Milan stratosferico, ma bastarono i gol del bomber belga per regalare ai rossoneri una dimensione migliore (il Milan arrivò due volte secondo in campionato e vinse alcuni trofei prestigiosi, per l’epoca, come la Coppa Solcio, la Coppa Vicenza e la Coppa Omarin).

Di quel Milan passarono alla storia il suo compagno d’attacco Aldo Cevenini ed il difensore Renzo De Vecchi (“il figlio di Dio”), ma la vera stella era lui.
Non era certo l’epoca del marketing e della comunicazione, ma le cronache ci dicono che la squadra rossonera veniva spesso invitata da altre società per disputare delle amichevoli, e che l’ammontare del cachet dipendesse dalla presenza a o meno di Louis Van Hege.
Il motivo? Perché Van Hege era un calciatore straripante, fuori dal comune, che faceva rimanere a bocca aperta gli spettatori.
Come quella volta che per inaugurare il nuovo stadio, il Bologna decise di invitare il Milan e Van Hege si tolse lo sfizio di segnare ben 7 gol tutti in una volta.

Nel 1915 la Gazzetta dello Sport, dopo un sondaggio coi suoi lettori, lo proclamò come il calciatore più popolare del momento. Insomma, una vera celebrità.

Eppure, a giudicarlo dal viso e dall’aspetto non sembrava di trovarsi di fronte ad un atleta.
Il volto era pallido, gentile, con una vaga ombra di tristezza.
Non aveva nulla del tipico aspetto fiammingo o vallone, nulla di rude ed energico.
Non molto alto (180 cm), Van Hege aveva, però, un fisico atletico e ben fatto, ed aveva nella velocità la sua arma migliore.
La velocità del dribbling gli permetteva di liberarsi facilmente dei suoi malcapitati marcatori, e notevole era la sua capacità di colpire il pallone da qualunque posizione, favorito anche dal fatto di riuscire ad usare sia il destro che il sinistro.
Tiro potente e preciso, molto insidioso.
Mettete insieme tutte le caratteristiche e viene fuori quello che era il suo soprannome: “Pallido Saettante”.
I racconti dell’epoca sottolineano, inoltre, la sua lealtà, la sua cavalleria e la sua correttezza sportiva.
Un vero signore, che si era integrato alla perfezione nell’ambiente della sua squadra e della città di Milano.
Quando scoppiò la guerra e fu richiamato in patria, lasciò l’amato Milan salutando i suoi compagni in lacrime.

A guerra finita, tornò in Italia guidando la nazionale belga in due amichevoli contro il Milan e l’Italia per raccogliere dei fondi.
Andò a giocare nell’Anderlecht, e contemporaneamente divenne il rappresentante in Belgio della Pirelli.
Ulteriore dimostrazione che il legame col Milan era solidissimo, un legame che sarebbe durato a lungo, e che lo fece restare affezionato ai nostri colori per tutta la sua lunga esistenza (morì nel 1975).

Con la nazionale del suo paese si tolse la più grande soddisfazione della sua carriera calcistica, conquistando nel 1920 la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Anversa, naturalmente da capitano!
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